Non so se vi rendete conto: siamo già a febbraio, al 5 di febbraio precisamente. E’ già passato più di un mese dall’inizio di questo patetico 2010.
Sembra incredibile, ma il tempo, ora che si è più grandi, che si è passata la soglia dei 20, che si è detto addio alla incivile e spensierata gioventù minorenne, passa così veloce che bisogna rincorrerlo continuamente, senza avere un attimo per fermarsi e respirare. Come se si fosse in una lunga maratona senza fine, dove il tempo è sempre il primo del gruppo, l’irraggiungibile, colui che non si stanca mai, nemmeno dopo anni e anni di corsa senza pausa. Mentre tu sei là dietro, a guardare le sue spalle sempre giovani e forti, e tiri il fiatone, implorando i giudici di poter fare un breve timeout. E’ pazzesco. Non credete?
Comunque, tutto questo per dire cosa? Non ne ho idea.
Effettivamente non volevo iniziare questo post dandogli una lieve vena filosofica. Volevo soltanto aprire il post, e amen.
In poche parole, quello di cui volevo parlare era tutt’altro.
Innanzitutto. Ora che ho progettato il mio viaggio in Canada, mia cugina (la canadese, ovviamente) mi chiama euforica e felicissima, subito dopo aver ricevuto la notizia di essere stata assunta per un lavoro di 2 anni come insegnante in una scuola bilinguistica a Milano.
“Ora ci potremmo vedere molto più spesso. Verrò a trovarti almeno una volta al mese, non sei contenta?!“
“Yuppi… Proprio adesso dovevi ricevere questa proposta? Non potevi aspettare un annetto, no eh?“
Della serie “se Maometto non va alla montagna…la montagna va da Maometto“. Peccato che il Maometto della situazione, cioè la sottoscritta, aspirasse a qualcosa di un po’ più avventuroso di un viaggio di 3 ore e mezzo in treno. Sarà…
Sia chiaro. Sono immensamente contenta, su questo non ci sono dubbi dato che potrò vederla molto di più, fintantochè resterà qui almeno. Però intanto, lei viene qui e io non intenzione di stare ad aspettare che ritorni a casa. Quindi io prenderò il suo posto DI LA’.
E magari ci resto due anni pure io…
Altra pagina: ho iniziato il lavoro. Punto.
Ah. Mia mamma sta iniziando ad avere le travecole. L’altra sera, mentre si accingeva ad uscire dalla doccia (notare che era mezzanotte e mezza ormai: è il suo passatempo), dice di aver sentito qualcuno bussare alla porta del bagno che dà direttamente verso l’esterno.
Secondo lei era proprio qualcuno che batteva contro il vetro. Ma forse deve ancora capire che la caldaia, che si trova proprio lì nel bagno, ormai ha 20 anni ed è normale che ogni tanto batta i suoi ultimi colpi. E soprattutto non si rende conto che pure il suo udito ha perso qualche colpo in questi ultimi anni.
Ah, ma lei dice “No, non era la caldaia, ne sono sicura. Non sono impazzita“. No mamma, certo che no. Stai soltanto perdendo qualche colpo pure tu…
Poi, ho appurato che passare un’intera mattinata a fissare esseri umani dalle più disparate caratteristiche, bloccati in code chilometriche in posta e in banca non è il massimo. Soprattutto considerando che quell’intera mattinata persa a fissare gente imbufalita per i ritardi della burocrazia, lo è stata per il solo motivo di scucire altri soldi per rifornire le casse dell’Università, beh, è ancor più frustrante. E soprattutto se quei soldi risparmiati dopo giorni e giorni di duro lavoro, arrivano alla modica cifra di 710€ e se ne andranno a riempire le tasche di un Ateneo PUBBLICO.
In ogni caso, non so se ci avete mai fatto caso, quando fate una coda in qualsiasi ufficio pubblico, alle persone che vi stanno attorno. Alle loro espressioni, ai loro comportamenti, ai loro modi di fare.
Vi possono capitare gli anziani che per ingannare l’attesa snervante iniziano a raccontarvi vita, morte e miracoli della loro gioventù spesa in guerra o al contrario a lamentarsi dell’inciviltà della gioventù di oggigiorno.
Vi possono capitare i tipi strani, da quello che parla da solo a quello dai tic da psicopatico, fino a quello che vi fissa con sguardo omicida convinto che voi vogliate rubargli il posto nella fila (anche se voi avete il numero 2 e lui il 480).
Vi possono capitare le donne vaporose, come le chiamo io. Ossia le donne che, anche se abitano giusto sopra l’ufficio pubblico, scendono vestite, truccate e adornate come se fossero pronte ad andare a ricevere la statuetta dorata dell’Oscar, invece di pagare la bolletta del gas. E per tutto il tempo dell’attesa non fanno altro che atteggiarsi e guardarsi attorno per constatare di avere addosso l’invidia di tutti gli avventori.
Ma potrei andare avanti all’infinito. Credo che potrei dedicare addirittura un post a sè stante a questo argomento. E non c’è che dire: affascinante quanto l’attesa di due ore per poter pagare un bollettino ad uno sportello.
Poi, cos’altro?
Niente, mi accingerò a passare la prossima settimana con una media di 3 ore di sonno a notte. 4 esami in 4 giorni, 3 feste in 3 giorni. Giusto ciò che serve per rigenerare un corpo ben riposato dal tranquillo e placido periodo di sessione d’esame…
Quanto amo l’Università. Decisamente la migliore scelta della mia vita.
E con questo, posso anche stendere un triplo strato di velo pietoso.
Addio popolo!

Quanto splendido sarebbe il nostro adorato mondo se la gente imparasse a farsi un pò di cazzi propri?


